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Perché Patton Voleva Far Sparire i Fascicoli sui Soldati Americani che Uccisero le SS a Dachau?

Dachau, Germania, 29 aprile 1945.

La guerra in Europa non era ancora ufficialmente finita, ma per i soldati americani che entrarono quel giorno nel campo di concentramento di Dachau sembrava di essere arrivati alla fine dell’inferno.

Quello che trovarono avrebbe lasciato un segno indelebile nella memoria di chiunque.

Prigionieri scheletrici.

Corpi ammassati.

Vagoni ferroviari pieni di cadaveri.

Persone talmente deboli da riuscire a malapena a stare in piedi.

E ovunque, le tracce di anni di terrore, fame, malattie e omicidi sistematici.

Dachau non era semplicemente un campo militare.

Era uno dei simboli della macchina di persecuzione e di morte costruita dal regime nazista.

E quando i primi soldati americani videro ciò che era successo lì dentro, alcuni di loro persero completamente il controllo.

Tra loro c’erano uomini che avevano combattuto per mesi attraverso l’Europa.

Avevano visto compagni morire.

Avevano attraversato villaggi distrutti.

Ma ciò che trovarono a Dachau era diverso.

Era qualcosa che non potevano facilmente comprendere.

E nelle ore successive alla liberazione, alcuni soldati americani uccisero guardie delle SS che erano state catturate o si erano arrese.

Fu allora che nacque un problema che avrebbe raggiunto la scrivania del generale George S. Patton.

La liberazione e la vendetta

Quando le truppe americane entrarono nell’area del campo, la situazione era caotica.

Alcune guardie tedesche erano state uccise durante i combattimenti.

Altre, invece, furono catturate.

Secondo le testimonianze raccolte successivamente, alcuni prigionieri delle SS furono separati dagli altri soldati tedeschi e successivamente fucilati. In un’altra scena, alcuni soldati tedeschi furono uccisi all’interno di un vagone ferroviario dopo essersi arresi. Il numero esatto delle vittime rimane oggetto di discussione, anche perché alcune morti avvennero durante gli scontri e altre dopo la resa. 

Per gli americani che avevano appena visto Dachau, tuttavia, la distinzione tra combattimento, resa e vendetta poteva essere diventata quasi impossibile.

Avevano davanti agli occhi migliaia di vittime.

Avevano visto i risultati della brutalità delle SS.

E alcuni soldati reagirono con la stessa violenza che avevano appena scoperto.

Ma dal punto di vista del diritto militare, esisteva una questione precisa.

Un prigioniero che si è arreso non può essere semplicemente ucciso.

Anche un membro delle SS, anche un uomo sospettato di aver partecipato a crimini terribili, avrebbe dovuto essere sottoposto a un procedimento secondo le regole applicabili.

La vendetta non era giustizia.

E l’esercito americano lo sapeva.

L’inchiesta

Nei giorni successivi, l’esercito avviò un’indagine.

Il tenente colonnello Joseph Whitaker, assistente ispettore generale della Settima Armata, fu incaricato di esaminare ciò che era accaduto.

L’indagine fu tutt’altro che superficiale.

Whitaker raccolse testimonianze e ricostruì gli eventi.

Il suo rapporto, datato 8 giugno 1945 e noto come rapporto dell’Ispettore Generale, descrisse diversi episodi di uccisioni e maltrattamenti ai danni delle guardie tedesche.

Le conclusioni erano abbastanza serie da aprire la possibilità di procedimenti davanti alla corte marziale contro alcuni militari americani. Tra i nomi coinvolti c’era anche il tenente colonnello Felix Sparks, comandante del battaglione presente sul posto. 

Ed è qui che la storia diventa particolarmente controversa.

Perché Sparks non era un criminale nazista.

Era un ufficiale americano.

Era stato uno dei comandanti delle truppe che avevano liberato Dachau.

E ora rischiava di essere sottoposto a un procedimento militare per ciò che era accaduto durante la liberazione.

Il fascicolo arriva a Patton

Quando il caso arrivò ai livelli superiori dell’esercito, entrò in scena George S. Patton.

Patton era appena stato nominato governatore militare della Baviera.

Era un comandante famoso per il suo carattere aggressivo, la disciplina inflessibile e il suo modo diretto di affrontare i problemi.

Secondo la testimonianza successiva di Felix Sparks, Patton prese in mano la questione e gli comunicò di aver già esaminato le accuse.

La frase che Sparks ricordò fu estremamente dura.

Patton avrebbe definito le accuse una sciocchezza e avrebbe detto che avrebbe strappato i documenti relativi a lui e ai suoi uomini.

Secondo il racconto di Sparks, Patton fece proprio questo: prese i fogli sulla scrivania, li strappò e li gettò nel cestino.

Poi disse all’ufficiale, in sostanza, che era stato un buon soldato e che poteva tornare al suo incarico.

La scena è diventata uno degli episodi più controversi associati alla liberazione di Dachau. 

Ma perché Patton avrebbe fatto una cosa simile?

Patton voleva proteggere degli assassini?

A prima vista, potrebbe sembrare proprio così.

Ma la realtà era molto più complicata.

Patton non stava necessariamente dicendo che uccidere prigionieri fosse legalmente corretto.

Stava affrontando una situazione in cui la distinzione tra responsabilità individuale, caos del combattimento e reazione psicologica alla scoperta dei crimini nazisti era estremamente difficile da stabilire.

I soldati americani erano arrivati a Dachau e avevano visto qualcosa che pochi esseri umani avrebbero potuto sopportare senza una reazione emotiva.

Questo non rendeva automaticamente legali le uccisioni.

Ma poteva costituire una circostanza eccezionale da prendere in considerazione.

Ed è proprio questa la logica che sarebbe comparsa successivamente nelle conclusioni dell’amministrazione giudiziaria militare.

La conclusione sorprendente

Più avanti nel 1945, il colonnello Charles L. Decker, vice giudice avvocato facente funzione, esaminò la questione.

La sua conclusione fu molto più sfumata di un semplice “non è successo nulla”.

Secondo Decker, poteva esserci stata una violazione della lettera del diritto internazionale.

Ma, considerando le condizioni incontrate dalle prime truppe americane all’arrivo a Dachau, non riteneva che giustizia ed equità imponessero necessariamente di intraprendere il difficile — forse impossibile — compito di attribuire responsabilità individuali. 

Questa distinzione è fondamentale.

Non significava che l’esercito americano avesse dichiarato legale la vendetta.

Significava che, in quelle circostanze eccezionali, le autorità ritenevano problematico procedere penalmente contro determinati individui.

Ma i fascicoli non scomparvero davvero

Ed è qui che il titolo della storia deve essere trattato con cautela.

È diventato popolare raccontare che Patton “distrusse i fascicoli” per nascondere il caso.

La documentazione storica disponibile indica invece una situazione più complessa.

Patton intervenne per far cadere le accuse contro Sparks e altri uomini, e Sparks ricordò che il generale strappò materialmente alcuni documenti presenti sulla sua scrivania.

Ma l’indagine dell’esercito non scomparve dalla storia.

Il rapporto di Whitaker esiste.

Fu conservato negli archivi e una copia fu ritrovata negli Archivi Nazionali nel 1991, diventando successivamente accessibile agli studiosi. 

Questo significa che la storia non è quella di un generale che cancellò magicamente ogni prova.

È la storia di un comandante che intervenne per fermare un procedimento contro i propri uomini, mentre l’apparato militare continuava a conservare una documentazione degli eventi.

Giustizia o comprensione?

La domanda più difficile non è forse se Patton avesse ragione.

È capire cosa significhi fare giustizia in un luogo come Dachau.

Immaginiamo un soldato americano che entra nel campo.

Ha appena visto un vagone pieno di cadaveri.

Ha visto uomini e donne ridotti a scheletri.

Ha respirato l’odore della morte.

Ha scoperto che le persone che indossano l’uniforme che ha combattuto per mesi sono responsabili di quelle atrocità.

Poi vede una guardia delle SS arrendersi.

La legge dice: deve essere catturata.

La rabbia dice qualcosa di completamente diverso.

È proprio in questo spazio tra legge ed emozione che si colloca la vicenda di Dachau.

Una decisione che continua a dividere

Per alcuni, Patton fece ciò che era necessario.

Proteggere i soldati che avevano liberato un campo di concentramento significava riconoscere l’orrore psicologico della situazione.

Per altri, il suo intervento rappresentò un pericoloso precedente.

Se un soldato uccide un prigioniero dopo la resa, non può essere sufficiente dire che era arrabbiato.

La legge deve valere anche nei momenti più terribili.

Ed è proprio questa tensione a rendere la vicenda ancora oggi così difficile da giudicare.

Dachau era stato liberato.

Ma la liberazione non cancellava immediatamente tutte le conseguenze della guerra.

L’eredità di Dachau

Il caso delle uccisioni delle guardie SS rimase per anni una parte controversa della storia della liberazione del campo.

Nel frattempo, gli Stati Uniti avrebbero organizzato processi contro i responsabili dei crimini commessi a Dachau e in altri campi di concentramento. I procedimenti contro gli uomini del sistema concentrazionario nazista furono una parte importante della giustizia del dopoguerra. Gli Archivi Nazionali conservano infatti numerosi fascicoli relativi ai processi per crimini di guerra in Europa, compreso il processo principale di Dachau del 1945. 

La contraddizione rimane.

Gli americani erano arrivati per liberare le vittime.

Alcuni dei loro stessi soldati, travolti dalla rabbia e dall’orrore, avevano ucciso prigionieri.

Patton decise di non lasciare che quella vicenda portasse alcuni dei suoi uomini davanti alla corte marziale.

Forse pensava che punirli, in quel momento, avrebbe significato ignorare ciò che avevano appena visto.

Forse riteneva che la responsabilità individuale fosse impossibile da determinare con sufficiente certezza.

O forse, semplicemente, aveva deciso di proteggere i propri soldati.

Non possiamo conoscere con assoluta certezza ciò che passava nella sua mente.

Ma una cosa è chiara.

La storia di Dachau non è soltanto una storia di vittime e carnefici.

È anche una storia di uomini posti davanti a una realtà talmente orribile da mettere alla prova persino i principi con cui avevano combattuto.

E il gesto di Patton — intervenire, fermare le accuse e, secondo Sparks, strappare quei documenti dalla scrivania — rimane uno dei momenti più controversi della liberazione.

Perché quel giorno la domanda non era semplicemente:

“Chi ha commesso un crimine?”

La domanda era molto più difficile:

“Come si può applicare la giustizia in un luogo dove l’umanità stessa sembra essere stata distrutta?”

A Dachau, nell’aprile del 1945, nessuno aveva una risposta semplice.

E forse è proprio per questo che, più di ottant’anni dopo, quella storia continua a essere raccontata.

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